La Gestalt

Gestalt è una parola tedesca che non trova in italiano una traduzione veramente corrispondente; spesso viene tradotta con la parola forma che però si addice di più alla parola tedesca Form; per tradurre Gestalt sarebbe più corretto parlare di struttura-forma. La parola Form indica infatti l’apparenza delle cose, è qualcosa che appartiene solo all’oggetto, non c’è un riferimento implicito a un processo conoscitivo da parte del soggetto. Diversamente la parola Gestalt fa riferimento a un processo conoscitivo in cui il soggetto coglie non solo la superficie ma anche l’essenza; in altre parole cogliere una Gestalt significa non solo cogliere l’apparenza, ma anche la struttura, il collegamento fra gli elementi che si è reso visibile attraverso l’apparenza. In sintesi con la parola Form indichiamo ciò che appartiene solo alla superficie delle cose, con la parola Gestalt indichiamo qualcosa che è contemporaneamente superficiale e profondo. La parola Gestalt suggerisce inoltre qualcosa di attivo e forse per questo motivo spesso oltre al sostantivo si usa il verbo gestalten (dare forma) o la parola Gestaltung che fa riferimento al processo, al farsi delle forme.

Al termine Gestalt fanno riferimento due diversi ambiti di ricerca e due diverse riflessioni teoriche: da un lato la Psicologia della Gestalt, dall’altro la Psicoterapia della Gestalt; sono approcci completamente diversi da non confondere fra loro.

La Psicologia della Gestalt nasce per prima, per la precisione in Germania all’inizio del ‘900, per  poi trasferirsi negli Stati Uniti insieme ai suoi autori, che lasciarono la loro patria con l’avvento del nazismo. La Psicologia della Gestalt appartiene all’ambito della ricerca sperimentale e si focalizza soprattutto sulla percezione, per poi estendere i suoi interessi a temi quali il ragionamento e la memoria. I protagonisti di questo approccio furono principalmente  Wertheimer, Kofkka e Kohler; in seguito si aggiunse Lewin che cercò di estendere i principi di questo filone di ricerca allo studio della personalità considerata nella sua interazione con l’ambiente, fino a formulare la sua “teoria del campo”; un altro autore che va menzionato è Goldstein, il padre dell’approccio olistico. Volendo fare una sintesi delle linee guida di questo indirizzo, possiamo citare il famoso principio “il tutto è più della somma delle parti” a cui faceva riferimento già Fon Efhrens, la distinzione nella percezione fra figura e sfondo, senza dimenticare le leggi secondo le quali si costituisce il campo percettivo (chiusura, somiglianza, simmetria, destino comune, buona forma, esperienza passata).

La Psicoterapia della Gestalt vede la luce molto più tardi, negli Stati Uniti; si usa stabilire come data di nascita ufficiale il 1951, anno in cui fu pubblicato il libro “La terapia della Gestalt” ad opera di Fritz Perls (e di sua moglie Laura), Goodman e Hefferline. In realtà l’uso del termine Gestalt fu scelto per motivi forse più di marketing che di sostanza; Perls infatti cercava un nome che colpisse l’attenzione del pubblico, ma i punti di contatto con la Psicologia della Gestalt non erano poi molti. Fra i punti in condivisione c’è soprattutto l’approccio olistico (il tutto è più della somma delle parti) e il concetto di figura/sfondo, che servì a Perls per evidenziare il ciclo vitale “sano” in cui i bisogni dell’organismo emergono dallo sfondo, si fanno figura, vengono soddisfatti a contatto con l’ambiente e poi tornano a farsi sfondo; questo ciclo va distinto da quello nevrotico in cui il bisogno che emerge non viene soddisfatto e quindi continua a ripresentarsi fino a quando non verrà realizzato. Perls chiama queste situazioni Gestalt inconcluse e ne deriva la causa principale della nevrosi. Come si deduce da questa brevissima introduzione la Psicoterapia della Gestalt si muove in un’ottica clinica, completamente diversa da quella di ricerca sperimentale della Psicologia della Gestalt.

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